La storia della piccola Sofia, la neonata portata via da una donna, Rosa Vespa, che le si era presentata come infermiera ma invece prese la bimba e se la portò a casa, sconvolse tutta l’Italia: ma due mesi e mezzo dopo, la strategia di difesa della clinica rischia di fare ancora più rumore. I legali della struttura, a cui i genitori della neonata avevano mandato una diffida per “omessa custodia e vigilanza dei pazienti ricoverati”, sostengono infatti che il rapimento non sia avvenuto per colpa della clinica ma per colpa della mamma.
“La struttura sanitaria, infatti, ha attuato tutti i protocolli operativi idonei a tutelare la sicurezza dei pazienti, tanto più che la Signora Chiappetta (madre della neonata, ndr), all’atto dell’ingresso in struttura, era stata debitamente istruita e resa edotta dalle operatrici, circa la necessità di rivolgersi, in via esclusiva e per qualsivoglia necessità, alla puericultrice assegnata, riconoscibile attraverso divisa e cartellino con foto identificativa, oltre che al personale medico sanitario di riferimento che le veniva puntualmente palesato, del resto coerentemente con gli avvisi presenti all’interno degli ambienti di ricovero”. “Nello specifico – aggiungono gli avvocati – costituisce dato inconfutabile la corretta applicazione del protocollo procedurale ad inizio turno che comporta, tra l’altro, la presentazione delle operatrici nelle stanze delle puerpere ad ogni cambio turno, al fine di rendere compiuta informazione circa i servizi offerti quali: aiuto all’igiene dei bimbi, supporto all’alimentazione, consigli pratici sull’allattamento e sull’interpretazione dei bisogni del neonato, collaborazione in sinergia con i pediatri e i psicologi e gli altri specialisti della struttura per monitorare la salute e lo sviluppo del bambino, onde assicurare la massima interlocuzione tra paziente e struttura ed un tempestivo intervento in base alle contingenti necessità. Proprio in tale contesto operativo, sono per l’appunto le puericultrici, in simbiosi con le altre figure medico sanitarie, ad informare le puerpere ed i familiari più stretti presenti in accompagnamento, che per qualsiasi esigenza devono rivolgersi solo agli operatori sanitari della clinica, tutti agevolmente identificabili per i segni distintivi che portano indosso”.
“La circostanza di cui sopra – evidenziano gli avvocati della clinica – non è minimamente revocabile in dubbio, non soltanto perché altre pazienti presenti in struttura nelle stesse circostanze di tempo e di luogo hanno puntualmente confermato l’esistenza di protocolli operativi, alle quali, tra l’altro, le puerpere stesse si sono diligentemente uniformate impedendo che l’autrice del gesto criminoso potesse impossessarsi di altri neonati, pur avendo tentato di farlo ma essendo stata immediatamente respinta dalle interessate, ma anche e soprattutto perché gli stessi stretti congiunti della Signora Chiappetta si erano ben avveduti della non appartenenza della rapitrice al personale sanitario esprimendo sospetto ed iniziale dissenso circa l’opportunità di consegnare la bambina alla persona che si era malevolmente offerta di prestare assistenza”. “In ossequio ad esigenze di corretta e leale ricostruzione dei fatti, proprio la vostra assistita – ancora i legali – avrebbe dovuto riferirvi, infatti, che la di lei genitrice si era fortemente insospettita alla richiesta della rapitrice, e pur tuttavia la puerpera consegnava ugualmente ed incautamente la piccola alla Signora Rosa Vespa (la presunta rapitrice, ndr), sebbene fosse ictu oculi riconoscibile con l’ordinaria avvedutezza che la figura che le si era presentata in stanza non presentava alcun segno che ne potesse ricondurre l’appartenenza al personale di struttura. Il dato di cui sopra è ampiamente conclamato, non solo perché raccolto nell’immediatezza da tutti gli operatori della clinica presenti, quanto più in considerazione delle dichiarazioni rese anche agli organi di informazione, nell’immediatezza, proprio dagli interessati; dichiarazioni che non lasciano ombra di dubbio alcuno in ordine al fatto che la madre della puerpera Vs assistita si fosse ben avveduta che la sedicente operatrice di struttura tale non potesse essere, a cagione dell’assenza di segni distintivi”.
Il rapimento della neonata
I fatti risalgono allo scorso 21 gennaio, quando Rosa Vespa, vestita da infermiera, rapì la neonata Sofia dicendo alla mamma Valeria Chiappetta che la piccola doveva essere visitata. La mamma si fidò inizialmente di lei, poi capì che c’era qualcosa che non andava e insieme al marito Federico Cavoto chiamò le forze dell’ordine: la polizia, grazie anche all’ausilio delle telecamere di sorveglianza, rintracciò poi la neonata a casa della donna, che aveva simulato una gravidanza affermando di aver avuto un figlio maschio.